Gaia Scacciavillani, giornalista de “Il fatto quotidiano”, riflette con noi sul tema del pensiero critico dal punto di vista dei giornalisti e dei professionisti dell’informazione.

Nell’epoca attuale in cui sembrano contare più i titoli che gli articoli, in cui la velocità dell’informazione online ha modificato profondamente la modalità di lettura, e in cui le possibilità di condivisione e di commento attraverso i social sembrano avere una rilevanza a volte maggiore della notizia stessa, secondo lei è ancora possibile, per chi fa giornalismo, esercitare un pensiero critico?

In teoria, al netto di commentatori ed editorialisti, il giornalista non dovrebbe esprimere nessun pensiero, ma solo riportare dei fatti. È vero che il giornalismo dovrebbe essere il cane da guardia della democrazia, ma lo si può benissimo fare raccontando fatti invece di suggerire opinioni. Di per sé l’informazione  non dovrebbe suggerire una visione critica, ma farsi piuttosto strumento, per l’utente, dello sviluppo di un suo pensiero critico. Il giornalista, dunque, esercita sì il pensiero critico, ma nel trovare la verità, analizzando la realtà in modo approfondito, andando oltre le informazioni prefabbricate che ci vengono veicolate. Chi deve davvero esercitare il pensiero critico è il lettore, nel rapportarsi con i fatti che vengono riportati dai giornalisti. In altre parole il giornalista è al servizio del pensiero critico, e non viceversa.

Certo, è chiaro che, se il giornalista in primis non pensa criticamente, è un problema, ma non credo che questo sia legato ai media digitali, bensì, semplicemente, riguarda a monte la nostra società, dove si tende a giudicare con fastidio chiunque la pensi diversamente dalla massa. E dove i pensatori critici, da non confondere con il populismo dilagante e ben manovrato da diversi leader politici, sono considerati dei fastidiosi seccatori. Accade anche a chi fa questo lavoro e denuncia fatti gravi raccontando una verità che mostra come il re sia nudo. E allora talvolta mi domando se il lettore voglia veramente esercitare il pensiero critico, perché è qui che sta il nocciolo della questione: la nostra società oggi ha voglia di pensare criticamente? Che tipo di informazione vuole?  Certo, l’uso dei social network è diffusissimo, ma prevalentemente per scopi di intrattenimento, più che di dibattito. La dialettica, sia on line che nel mondo reale, è scarsamente praticata forse perché implica un confronto, un’analisi delle posizioni, un contenuto solido.
Venendo alla sua domanda, è vero che internet impone la velocità e che questo fa sì che possano scappare delle inesattezze. Il bello di internet è, però, d’altro canto, che permette il cambiamento. Se un giornalista commette un errore, può correggerlo, indicando che c’è stata una modifica con data e ora.  Un giornale di carta è cristallizzato: ci si lavora per un’intera giornata, lo si rifinisce entro la sera e poi non si può più cambiare, quindi si cerca di metterci tutta l’attenzione possibile. Il giornale on line è invece un prodotto del quale sappiamo, mentre lo produciamo, che può essere modificato in qualunque momento, e questo può anche portare anche a farlo con più leggerezza. Ma con la consapevolezza che, non avendo limiti di spazio e di tempo, i contenuti possono essere ampliati e approfonditi o moltiplicati. Un mezzo del genere è talmente vasto ed elastico che offre possibilità fino a pochi anni fa impensabili e tutt’ora in buona parte inesplorate, forse anche perché molto costose.
Resta il fatto che i social sono un luogo di realtà virtuale dove  molto spesso si gareggia in abbellimenti, veri o presunti che siano. Tutto questo non ci aiuta ad approfondire, a scavare per conoscere la verità e pensare un po’ più criticamente.

Quale pensa possa essere una strada per tornare ad educarci ad una informazione corretta e per insegnare ai più giovani a mantenere la mente aperta e sviluppare il pensiero critico?

La situazione attuale che stiamo vivendo, con la pandemia in corso, non aiuta, perché ha implementato la nostra realtà virtuale a scapito di quella analogica. Dico questo perché penso che una soluzione stia nell’implementare, invece, tutti gli aspetti concreti e reali dell’educazione: la scuola, le gite, le esperienze. Bisognerebbe favorire sempre più una cultura e una formazione legata all’esperienza, come avviene con gli Erasmus o gli scambi culturali. Quello che aiuta a sviluppare la qualità della formazione, dell’educazione e della scuola, e dunque anche il pensiero critico, è la conoscenza che viene  più facilmente dall’esperienza diretta. Partecipare ad un progetto di scambio in Francia, ad esempio, aiuta un giovane a sfatare (o a confermare) i propri pregiudizi sui cittadini francesi, perché avrà visto con i propri occhi come stanno le cose. Temo che oggi il sistema scolastico sia, generalmente, abbastanza arretrato. È stata introdotta questa modifica anche importante nell’esperienza scolastica che è l’alternanza scuola-lavoro, ma nella maggior parte dei casi non rappresenta un momento formativo degno di nota. Mi è capitato di parlarne con degli adolescenti che l’hanno fatto e che la reputano inutile perché non pensata per loro. Anzi spesso non pensata affatto. Invece sarebbe necessario pensare di più ai nostri ragazzi e ritornare a fare delle cose insieme a loro, nel lavoro e nello studio, e in tutte le esperienze. Sono necessarie delle politiche per cui tutti i giovani possano avere accesso a esperienze formative come i viaggi, non solo quelli provenienti da famiglie più attente a dare stimoli ai propri figli o semplicemente più abbienti. In questo senso la nascita dell’Erasmus è stato un momento di grande democrazia che, dalla mia generazione in poi, ha consentito a tutti di studiare all’estero, anche a studenti di origini modeste, cosa impensabile fino all’anno prima. E sono convinta che questa esperienza abbia favorito lo sviluppo del pensiero critico, anche solo perché chi aveva viaggiato conosceva le cose per averle viste con i propri occhi. 

C’è un’opera (saggio, romanzo, film, spettacolo teatrale) che consiglierebbe per affinare il pensiero critico?

Quale testo meglio dell’“Apologia di Socrate” di Platone che mette in scena il processo al filosofo che, nella culla della democrazia, Atene V secolo avanti Cristo, ha pagato con la vita la sua dedizione all’educazione dei giovani, dopo essere stato accusato di traviarli quando insegnava loro appunto a pensare criticamente? Credo che abbia ancora moltissimo da insegnarci, oggi, nel 2020. A di là della sua condanna a morte, e del suo rifiuto di sfuggirla, il punto per il tema che trattiamo è ciò che Socrate insegnava, cioè non tanto il contenuto, ma il metodo: non cosa pensare, ma come pensare.